Breve storia a conforto degli amati nipoti

Cari nipoti,
Un proverbio africano dice che quando scompare un vecchio è come se bruciasse una biblioteca.
Per questa ragione, il vostro zio e prozio Bernardino, ormai decrepito, ha pensato di condensare in poche pagine la storia della nostra Calagrande sulla base dei ricordi di tante estati felici passate con i fratelli, prima come ospiti poi come proprietari, sotto gli alberi e fra le rocce di questo luogo incantato; luogo che tutti ci invidiano e che abbiamo il dovere di conservare così come lo abbiamo ricevuto dalla generosità di zio Arturo Osio.
D’altronde, la bellezza della nostra cala, peraltro da noi accresciuta con appropriate coltivazioni, era già nota, anche in epoche meno sensibili alle bellezze del paesaggio: forse perché tutto allora in Italia era bello. I vecchi santostefanesi raccontano che, quando un giovine del paese partiva per imbarcarsi su una nave o per emigrare, lo portavano in barca sino alla Calagrande onde si riempisse gli occhi e la memoria di bellezza e quindi non si dimenticasse il luogo natio.

Si racconta, nella tradizione orale di famiglia, che zio Arturo Osio, andando spesso a caccia all’Isola del Giglio, all’Alberese, alla Trappola dagli amici Ponticelli, vedesse dalla barca la nostra verde cala, se ne entusiasmasse, si spogliasse ignudo, si tuffasse e la visitasse. E, appreso che una piccola parte di essa era in vendita, la comprò.
Era il 1930. L’antico proprietario si chiamava Partini, ingegnere in Siena.
Il fondo Partini fu il primo nucleo di una serie di piccoli acquisti successivi: ora un vigna, ora un bosco, ora un uliveto; la terra era estremamente frazionata, come d’altronde era, allora, quasi tutto il Monte Argentario, a differenza della vicina Maremma ove regnava il latifondo.
La proprietà Partini consisteva in uno chalet di legno esotico, acquistato – si favoleggiava – all’esposizione Universale di Parigi del 1889. Era una casetta prefabbricata, destinata certamente più alle Indie o ai Tropici che all’Argentario: coperta di fiori, gelsomini e plumbago, aveva un grande fascino. Al lato dello chalet, un sentiero portava a una fontana di acqua sorgiva perenne, ai margini di un bosco di grandi lecci. Ai suoi piedi, circondato da un alto antico muro di sassi, c’era, come tuttora, uno di quegli agrumeti, una volta caratteristici dell’Argentario: veri horti conclusi, il muro li difendeva dai venti di tramontana e, forse, anche dai ladri. Nel bosco e in riva al mare, tutta una serie di grandi massi dei più singolari, sono oggetto di curiosità e di studio, ancor oggi, da parte di geologi italiani e stranieri. Iniziò Giorgio Santi, professore all’Università di Pisa nel 1798 che nel suo libro Viaggio al Monte Amiata (Firenze 1799) ricorda di aver notato nel bosco di Calagrande la presenza di massi di diaspro rosso pallido, di gabbro verde chiaro e ciottoli in riva al mare di serpentino scuro. Successive indagini hanno accertato trattarsi di peridotiti, ovvero di rocce magmatiche eruttate da qualche vulcano e caratteristiche del mantelli superiore della Terra.
Dopo qualche anno zio Arturo acquistò una casa colonica posta più in alto: fu restaurata, con un pallido eco andaluso ancora vivo nelle vecchie costruzioni di Orbetello. Intorno alla casa volle un pavimento di ciottoli bianchi e verdi, raccolti nella spiaggia della baia, con un vago disegno cromatico, così come ne aveva visti a Rodi quando vi si recò in crociera nel 1936. Questa casa fu subito chiamata Casa Bianca e divenne la residenza definitiva di zio Arturo.
Nel 1939 avvenne l’acquisto più significativo in termini di spazio. Zio Arturo infatti acquistò un podere appartenente a una vecchia famiglia di Porto Santo Stefano, i Sordini, che alla fine del Settecento ebbero una beata: Caterina Sordini (1779-1824), poi detta Suor Maria Maddalena della Incarnazione, che fondò a Roma l’Ordine dell’Adorazione perpetua del Santissimo Sacramento, ordine religioso femminile contemplativo ancora esistente e molto fiorente in Messico con Casa Madre a Roma. Suor Maria Maddalena è stata beatificata dal papa Benedetto XVI il 3 maggio 2008.
L’antico podere Sordini comprendeva un grande oliveto di circa mille piante, varie vigne, due colossali pini a ombrello, un folto bosco di lecci (ove ancora si faceva il carbone di legna), una casa padronale, dipinta di rosa e subito battezzata come Casa Rosa o Rossa, a seconda delle preferenze.
Tipica costruzione dell’Argentario, essa costituisce oggi uno dei pochi esemplari sopravvissuti ai bombardamenti e alla speculazione edilizia: un bassorilievo di marmo che raffigura la Vergine Maria con Sant’Andrea, inchiodato sopra una porta, reca la data del 1777, che più o meno coinciderebbe con la data di costruzione della casa. Peraltro, dalle antiche carte dell’Argentario risulta che nell’area della Calagrande esisteva un oratorio dedicato a Sant’Andrea.
Al momento dell’acquisto la casa aveva al pianterreno la cantina (che ancora funziona come tale), la stalla dei bovi, con un bel soffitto a volta, l’abitazione del mezzadro. Al piano superiore c’era l’abitazione civile del proprietario, con una stanza a cupola e un bel camino di pietra serpentina di stile vagamente Restaurazione.
Il podere era coltivato a mezzadria da Emilio Benedetti, piccolo e tarchiato, coltivatore indefesso.
Era sposato con Federica che cantava con una bella voce e avevano un figlio in Seminario, anche lui con bellissima voce. Ricchi, lasciarono il podere dopo la guerra; vi subentrarono degli ex alpini abruzzesi (le famiglie Ciaralli e Meloni), uno dei quali era stato attendente di nostro padre durante la Prima Guerra Mondiale. Con la crisi della mezzadria, partirono anche loro e subentrò Sergio Benicchi che, insieme all’eccellente e buona consorte Edda, coltivò quasi da solo l’intera proprietà: venivano dall’alta Maremma, culla di persone forti e leali.
Rimessa sommariamente in ordine con mobili acquistati “all’asta di Filemone e Bauci” (eravamo in piena guerra!), Casa Rossa venne da zio Arturo destinata a villeggiatura di sua madre – la nostra nonna – e della sorella Elisa, che fu per noi quasi una seconda madre, con il seguito di noi cinque nipoti che vi passavamo, di regola, ogni anno il mese di luglio: ospiti desideratissimi e amatissimi di “nonna grande”. Così veniva da noi chiamata per la sua figura alta e imponente la nostra nonna paterna Osio, per distinguerla dalla nonna materna Nogara che, piccola e magra, era invece chiamata “nonnetta”.
Zia Elisa, affettuosa ed eccentrica (secondo la migliore tradizione di famiglia), visse sino al 1976; anche dopo la scomparsa di nonna e di Zio Arturo continuò a ospitarci con tanta generosità, sempre pronta a soddisfare i capriccetti di noi giovani.
L’ultimo acquisto di terra di una certa consistenza avvenne nel 1962 quando zio Arturo comprò, dopo anni di attesa, il fondo Terramoccia, consistente in una casetta quasi in rovina (subito ribattezzata come la Casa Fatiscente) e in svariate terrazze di vigna. Venne così eliminata un’enclave, che spezzava quasi in due blocchi l’intera proprietà di Calagrande, che zio Arturo, appassionato cultore dei classici latini, aveva nel frattempo battezzato Hortuli Hosiani.